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Vasiliki ha 17 anni e in estate fa la cameriera nella taverna di famiglia.
E’ disinvolta e si esprime in un buon inglese che dice di avere imparato parlando con la clientela straniera. Il prossimo anno, però, Vasiliki ha in mente di frequentare l’universita ad Atene. Trasferirsi insomma, lasciare l’isola, la sua Folegandros dove vive da sempre.
Le piace studiare e ambisce alla laurea, eppure non è certa di volersi allontanare da quei 12 chilometri di terra in mezzo al mare su cui vivono seicento anime che conosce una ad una. Nè dalla sua famiglia: da mamma Tina che sta ai fornelli della taverna con la nonna, il fratello Apostolos, sempre a pescare con quel retino senza mai acchiappare nulla, e papà Panagiotis che in inverno torna a occuparsi degli animali e fare il muratore. Sa che l’università è molto diversa dalla sua piccola scuola di cinquanta alunni, ma la consapevolezza che più la rende titubante nella decisione è che ad Atene non troverà traccia della Grecia che conosce.
Si intuisce che Vasiliki è gelosa e premurosa verso la sua terra. Lo dimostra percorrendo la lunga e ripida discesa che dalla taverna di famiglia conduce al mare e liberando su uno scoglio il povero riccio che teneva tra le dita. Poi tornare di corsa a riprendere il servizio ai tavoli, soddisfatta e sorridente.
La purezza del gesto di Vasiliki rappresenta l’anima della gente di Folegandros: l’amore e il rispetto per la propria isola, il tormento che qualcuno ne possa spezzare la sottile armonia.
Nonostante la storia racconti che qui è approdata ogni sorta di invasori, il turismo è sbarcato su questo fazzoletto di terra solo da pochi anni: troppo pochi perché chi vive qui da sempre possa averci già fatto l’abitudine. Naturale il timore che quello dei vacanzieri possa rappresentare il più temibile degli assalti perchè finirebbe per plasmare il territorio, sovvertire ritmi, viziare tradizioni.
E tutto ciò in modo costante, serpeggiante, muto ma insinuante come una metastasi che può minare da dentro l’identità dell’isola fino a rubarle l’anima. E’ già accaduto altrove e anche qui, ultimamente, ci sono segnali tutt’altro che incoraggianti.
Tuttavia, il porto di Karavostasis, l’approdo principale, sembra funzionare come una dogana che trasforma ogni ospite in un altro Figlio di Folegandros.
Chi mette piede qui sembra sia stato reso custode del codice segreto che conduce ad apprezzare il silenzio di questa terra, a godere nell’accompagnare con lo sguardo il moto infinito degli interminabili muretti a secco, a percepire come carezza eterna il vento che non cessa mai.
Radici in collina
Se mare e pesca sono simboli di ogni isola greca, Folegandros rappresenta l’eccezione.
Nonostante un’intensa attività stagionale ruoti intorno alle spiagge mozzafiato dal fascino selvaggio, il sostentamento principale poggia le basi sull’allevamento di bestiame nelle zone interne, in alto, dove gli abitanti si ritirano lontano dalle burrasche durante i mesi invernali.
Le attività produttive hanno preso graduale possesso della costa con l’offerta di servizi soltanto con l’avvento del fenomeno turistico e mantenendo quindi un’identità culturale riconducibile nettamente alla collina.
Verso il mare
Psaromiligas, la taverna della famiglia di Vasiliki, si trova ad Agali, uno degli angoli più belli dell’intera Folegandros.
Agali è una baia dalla bellezza stupefacente: esposta a sud ovest, fa capo a una spiaggia ampia e sabbiosa avvolta da alte scogliere che la proteggono dal vento e dai marosi. Le poche, discrete strutture presenti sono per lo più taverne di famiglia che comprendono anche camere per il pernotto degli ospiti. Ogni alloggio gode di una vista incantevole e permette di immergersi nel fascino che Agali offre in ogni diverso momento della giornata: il mattino la baia somiglia a una caletta vergine e, quando la sua spiaggia si anima, diventa allegra e quasi festaiola.
La sera poi la sua magìa si fa avvolgente e mistica: una sorta di presepe bianco affacciato sull’Egeo.
Ma la zona è tutto un susseguirsi di sorprese naturalistiche. A poche centinaia di metri a ponente, scollinando a piedi un picco di roccia attraverso un facile sentiero, ci si sorprende quando la vista si apre sulla minuscola spiaggia di Galifos. Si tratta di un tappeto di sassolini chiari e dalle gradazioni pastello, bagnato da acqua cristallina e trasparente, in un abbraccio di costoni di roccia stratificata color verde.
Fino alle 11 del mattino Galifos è pressoché deserta e gli unici suoni percettibili sono quelli del vento e della risacca marina: niente motori, niente brusii. Perfino nelle camere della defilata pensione poco distante non c’è energia elettrica e per fendere il buio si ricorre alle tenui luci delle lanterne a petrolio.
Proseguendo il sentiero, una sgambata di una ventina di minuti a picco sul mare permette di arrivare ad Agios Nikolaos, spiaggia assai frequentata e con ambizioni mondane che propone anche un ristorante panoramico.
Ma la baia più stupefacente è forse quella di Livadaki. Considerata una delle dieci spiagge più belle di Grecia, è formata da un braccio di mare che si incunea in un paesaggio lunare, surreale, metafisico.
Aspra e solitaria, Livadaki è sovrastata da pareti di roccia nuda a picco sull’acqua per decine di metri. Si raggiunge principalmente servendosi del caicco che salpa ogni mezz’ora dal moletto di Agali e che, dopo una ventina di minuti di navigazione, “pianta” letteralmente la prua sull’arenile come una zattera di naufraghi ripara fortunosamente sulla terraferma.
L’accesso è possibile anche a piedi dal sovrastante paese di Ano Meria attraverso ripide mulattiere che si snodano tra le colline per un paio di chilometri. Un servizio per la risalita a dorso di mulo è spesso offerto direttamente sul posto.
La costa sud di Folegandros, più riparata da vento teso e mare mosso, è pressoché sempre navigabile anche dalle piccole imbarcazioni. Diversa sorte tocca invece al versante opposto, cosicché molti lidi sono talvolta irraggiungibili se non attraverso lunghi e tortuosi sentieri pedonali.
Come la celebrata baia di Katergo, posta nell’estrema punta a levante, che offre uno straordinario colpo d’occhio grazie alla sua scenografica acqua cristallina da cui emerge un isolotto roccioso raggiungibile a nuoto. Ma arrivare a Katergo via mare è del tutto impossibile se le correnti lo impediscono: unica pericolosa alternativa, uno sconsigliato sentiero che taglia rocce friabili sull’orlo di uno strapiombo.
A tavola
Gastronomia “Mare e monti” verrebbe da dire se non si azzardasse una forzatura.
Le tradizioni culinarie proprie dell’isola trovano infatti origine dall’alto dei quasi 500 metri del suo entroterra, e lo squisito pesce che si gusta qui proviene per lo più dalla nutrita flotta di pescherecci in forza alla vicina Milos.
Se nelle taverne in riva al mare si gustano i piatti di pesce tipici della cucina greca, in collina, dove lo sguardo incontra il mare soltanto da lontano, trionfano le vere specialità di Folegandros. Qui, tra i gregge e gli orti originano gli ingredienti che rendono esclusivi questi piatti.
Dagli orti, una delicata crema di fave gialle, cipolla, pepe e olio può inaugurare il pasto.
Dal latte di capra, invece, si ricava il Souroto, un morbido formaggio che qui spesso prende il posto della Feta nella famosa insalata greca.
Il Souroto è soprattutto uno dei principali ingredienti della Matsata: spessi spaghetti bianchi simili ai Pici toscani, prodotti in casa, e conditi a scelta con carni e sugo di pollo, maiale, coniglio, agnello o semplice pomodoro. Infine spolverati con Souroto più stagionato.
Matsate considerate tra le più deliziose sono servite al ristorante Synandisi, e Mimis, entrambi ad Ano Meria. Quest’ultimo spesso riconoscibile per le decine di polpi stesi ad asciugare a bordo strada come bucato al sole. Una volta seccati superficialmente e poi cotti alla brace, i polpi risultano avvolti da una deliziosa crosta croccante.
Altra delicatezza da non perdere è la Patsavoura, una torta dolce simile alla millefoglie ma dal delicato sapore di cannella.
Chora
Affacciata sul mare pur essendo in collina, la città di Chora rappresenta il trait d’union tra costa ed entroterra. Il capoluogo è adagiato su un altopiano dai confini lievi ma ingiottiti improvvisamente da uno strapiombo sulle scogliere.
Niente banche né discoteche nè un Ufficio Turistico; ciononostante Chora vive un ritmo diverso rispetto al resto dell’isola. Al calar del sole i tanti locali invadono strade e piazze accendendo le luci sulla vita notturna fatta di tavolate, musica e bicchierini di ouzo. Tutto il centro è illuminato e vivo fino a tarda notte, ma senza eccessi.
Nel dedalo delle stradine che compongono la città più vecchia, il cosiddetto Castro, fortezza datata 1200 - epoca della dominazione veneziana - ci si imbatte in angoli incantevoli, labirinti di abitazioni poste su più livelli col bucato steso per strada e piazzette che si aprono e si chiudono collegate tra loro da stretti budelli.
Da Chora parte un breve sentiero panoramico che conduce al santuario di Panaria. Questo cammino offre un colpo d’occhio imprendibile sul paese e in particolare sulle case al confine col vuoto che sembrano aggrapparsi alla roccia per non sprofondare nel precipizio.
Altrove
Gli altri paesi disseminati su Folegandros sono considerati tali anche se si tratta di poche decine di case affiancate l’una all’altra. L’unica strada asfaltata dell’isola li unisce tutti iniziando dal porto, passando per Chora e terminando ad Ano Meria.
Qui, presso il capolinea dell’autobus, la Taverna Sunset promette la vista su un incantevole tramonto; ma tutto il percorso accarezza vasti pianori in un saliscendi che riserva spesso quadri inaspettati.
Vi si scorgono vecchi mulini a vento abbandonati e ci si imbatte nei gregge di ritorno dal pascolo.
E poi i muli, compagni di lavoro instancabili, che continuano ad essere impiegati per il lavoro nei campi lungo un’infinita ragnatela di antichi sentieri.
Sono le piste pietrose, i viottoli impervi, le mulattiere che ancora non sono diventate strade e che da secoli regolano la vita e gli spostamenti su questa manciata di terra.
Raccontano di lunghi viaggi per coprire pochi chilometri a fianco dei muri a secco che si perdono all’orrizzonte.
Parlano di un tempo speso senza fretta. Di lavoro paziente. Di silenzio.
Gino Perotto